Abuso antibiotici negli animali: da cura a malattia

La diffusione di allevamenti intensivi, dove la presenza in spazi molto ristretti di migliaia di animali favorisce la proliferazione di batteri e virus, ha determinato un incremento massiccio dell’uso di antibiotici per cercare di mantenere in vita il maggior numero di animali e ridurre il più possibile la perdita di profitto.

L’Italia è il secondo Paese in Europa, dopo Cipro, nell’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti. Utilizziamo in media 273,8 milligrammi di antibiotico per unità di bestiame: quattro volte più della Francia (68,6 milligrammi), tre più della Germania (89 milligrammi).

Questo perché negli allevamenti intensivi italiani la somministrazione di antibiotici viene effettuata in modo preventivo su tutti gli animali, anche quando sono in salute, per contrastare l’elevato rischio di malattie. Tale procedura risulta quanto mai pericolosa, poiché “addestra” i batteri a resistere agli antibiotici, determinando un grave rischio per la salute tanto animale, quanto umana.

I batteri antibiotico resistenti si trasmettono, poi, dagli animali all’uomo. Tale trasmissione può avvenire in diversi modi, ad esempio tramite il consumo di carne cruda, ma anche attraverso il contatto tra carne cruda e altri alimenti o superfici. Non meno rilevante risulta, poi, il passaggio di antibiotici dagli animali al terreno attraverso le deiezioni prodotte negli allevamenti intensivi che vengono riversate nell’ambiente. Secondo un rapporto di Greenpeace del 2018, ad esempio, la presenza di allevamenti intensivi in Lombardia, in particolare nella provincia di Brescia, ha un impatto disastroso sulla salute dei fiumi circostanti, che presentano tracce di numerosi antibiotici. 

L’uso degli antibiotici nell’allevamento ci riguarda, dunque, molto più di quanto possiamo immaginare: innanzitutto, per la qualità della carne che ingeriamo e poi, cosa ancora più grave, per le conseguenze sulla nostra salute, visto che l’elevata esposizione ci rende sempre più resistenti agli antibiotici. 

Il numero delle persone che ogni anno muoiono in Italia per resistenza agli antibiotici ci può dare un’idea della gravità della situazione: 10.000 circa in Italia e 33.000 in Europa. Cioè, 1 su 3 è italiano.

I dati sono decisamente allarmanti: in Italia l’Escherichiacoli resiste agli antibiotici nel 14,6 per cento dei casi; la Klebsiella pneumoniae nel 29,7 per cento e lo Staphylococcus aureus nel 34,1 per cento dei casi. Questi numeri sono destinati ad aumentare e, secondo una stima dell’Onu, entro il 2050 l’antimicrobico-resistenza potrebbe arrivare a causare 10 milioni di morti all’anno in tutto il mondo.

L’OMS – Organizzazione Mondiale per la Sanità ha focalizzato negli ultimi anni l’attenzione su questa problematica, potenziando gli sforzi da un lato, per informare e sensibilizzare i cittadini a mangiare in modo sano e naturale, dall’altro per rendere gli allevamenti e produzioni più eco-compatibili ed eco-sostenibili.

Ha sviluppato, infatti, il programma One Health (https://www.who.int/news-room/q-a-detail/one-health) che combinando politica, normativa e ricerca è particolarmente attivo su sicurezza alimentare, controllo delle zoonosi (malattie che possono diffondersi tra animali e umani, come influenza, rabbia, ecc.) e lotta alla resistenza agli antibiotici.

L’antibiotico-resistenza è considerata, oggi, una minaccia alla salute pubblica mondiale. Per questo l’utilizzo degli antibiotici negli allevamenti intensivi ha un ruolo rilevante nello sviluppo della resistenza ai farmaci.

Alla luce di tali considerazioni, a partire dal gennaio 2022 l’Unione Europea vieterà l’utilizzo routinario degli antibiotici e la somministrazione preventiva.

Foto di Phoenix Locklear da Pixabay

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